Mémoires d’Hadrien, un voyage qu’il dépasse le temps

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Animula vagula, blandula
Hospes comesque corporis
Quae nunc adibis in loca
Pallidula, rigida, nudula
Nec, ut soles, dabis iocos
Piccola anima smarrita e soave,
Compagna e ospite del corpo,
Ora ti appresti a scendere in luoghi
Incolori, ardui e spogli
Ove non avrai più gli svaghi consueti
Con questi versi termina il romanzo della scrittrice belga Marguerite Yourcenar, ‘’Memorie d’Adriano’’; parole pronunciate realmente dall’imperatore romano al tramonto della sua esistenza. L’autrice, Marguerite Antoniette Jeanne Marie Ghislaine de Crayencour, (che scelse poi con la pubblicazione del suo primo romanzo, ‘’Le jardin des Chimères’’, lo pseudonimo di Marguerite Yourcenar ottenuto anagrammando il suo cognome con la complicità del padre) è nata a Bruxelles nel 1903 ed ha rappresentato una delle voci più significative della letteratura francese del XX secolo, oltre che essere stata nel 1977 la prima donna ad essere eletta dall’Académie française. Con sapiente maestria ed illimitato talento tratteggia il profilo di un uomo prossimo al suo estremo confronto: quello con la morte, orizzonte ormai visibile ed inevitabile, profilo che comincia a delineare i suoi contorni. Ragazzo, uomo, anziano; studente, soldato, imperatore; comandante, amante, amico; essere umano, dio, profeta. La scrittrice riesce ad immedesimarsi in lui, ad eclissare se stessa nei suoi vari cambiamenti, nelle tante affezioni che rendono lo spirito turbato, la mente pensierosa, le parole inutili, le ripetizioni necessarie. Non scompare semplicemente alle spalle dell’illustre personaggio, seguendolo come un’ombra presente e silenziosa; non lo osserva minuziosamente, non lo vede solo pensare, crescere, soffrire, amare, respirare, ricordare, agire, morire; egli diventa reale, palpabile, concreto agli occhi del lettore; l’imperatore Adriano torna dal suo immobile ed eterno silenzio per parlare di nuovo, per dar voce ancora una volta alla sua storia, per diventare emblema dell’uomo senza tempo e senza luogo, per dimostrare come la differenza di secoli possa apparire inesistente. Il lettore legge il titolo ed il nome dell’autore; poi comincia a sfogliare le pagine. Basta davvero poco per dimenticare tutto ed entrare nel romanzo, ormai visto come un’epistola od un’autobiografia, comprendere il personaggio, sorridere e commuoversi con lui. La finzione svanisce dietro un reale fittizio, probabile non certo, ma pur sempre avente quella patina di verità ad avvolgerlo che rende il tutto estremamente sentito, presente, attuale. “Sforzarsi di leggere un testo del II secolo con occhi, anima, sensi del II secolo; immergerlo in quell’acqua madre che sono i fatti contemporanei; eliminare finché è possibile tutte le idee, i sentimenti che si sono accumulati, strato su strato, tra quegli esseri e noi’’ Come riuscire ad avvicinare un uomo vissuto nel corso del II secolo d.C. all’uomo del 1951? Semplicemente rifacendo ‘’dall’interno quello che gli archeologi hanno fatto dall’esterno’’, scandagliando l’animo umano di un imperatore che è, prima di ogni cosa, uomo, creando un’opera che è contemporaneamente un saggio, un romanzo, poesia pura, un’occasione per lunghe e frequenti digressioni, pensieri, timori che costituiscono le ansie, le opinioni dell’uomo di ogni epoca. Con l’utilizzo della forma epistolare, la Yourcenar apre il suo romanzo con una lettera scritta da Adriano al diciassettenne Marco Antonio, futuro imperatore dopo Antonino e suo nipote adottivo. Scrivere i Mémoires non sarà altro per lui che compiere un estremo viaggio, immobile questa volta, alla ricognizione non più del mondo esterno ma di se stesso. Il proposito, dapprima puramente informativo, diventa l’occasione di un uomo vecchio, malato, stanco di raccontare la sua vita, di provare a definirsi, giudicarsi, per conoscersi meglio prima di morire. Adriano, lo ‘’studente greco’’, l’imperatore romano che ha vissuto e pensato da greco, l’uomo che si sforza e che concentra ogni azione alla costruzione di un mondo migliore, che cerca la libertà più che la potenza, che arriva ad accettare se stesso, l’avido conoscitore, l’eterno viaggiatore, un ‘’Ulisse senz’altra Itaca che quella interiore’’, un’anima assetata di conoscenza, che non si sente legata in nessun luogo in particolare, ma che appartiene al mondo intero e che, per un pensiero del genere, si distinguerà per sempre dai suoi avi; un esteta, un amante del bello, dell’arte, della filosofia (memorabile ed uno dei più intensi e profondi momenti dell’opera ‘’Trahit sua quemque voluta: ciascuno la sua china; ciascuno il suo fine, la sua ambizione se si vuole, il gusto più segreto, l’ideale più aperto. Il mio era racchiuso in questa parola: il bello, di così ardua definizione a onta di tutte le evidenze dei sensi e della vista. Mi sentivo responsabile della bellezza del mondo. Volevo che le città fossero splendide, piene di luce, irrigate d’acque limpide, popolate da esseri umani il cui corpo non fosse deturpato né dal marchio della miseria o della schiavitù, né dal turgore d’una ricchezza volgare; che gli alunni recitassero con voce ben intonata lezioni non fatue; che le donne al focolare avessero nei loro gesti una sorta di dignità materna, una calma possente; che i ginnasi fossero frequentati da giovinetti non ignari dei giochi né delle arti; che i frutteti producessero le più belle frutta, i campi le messi più opime. Volevo che l’immensa maestà della pace romana si estendesse a tutti, insensibile e presente come la musica del firmamento nel suo moto; che il viaggiatore più umile potesse errare da un paese, da un continente all’altro, senza formalità vessatorie, senza pericoli, sicuro di trovare ovunque un minimo di legalità e di cultura; che i nostri soldati continuassero la loro eterna danza pirrica alle frontiere; che ogni cosa funzionasse senza inciampi, l’officina come il tempio; che il mare fosse solcato da belle navi e le strade percorse da vetture frequenti; che, in un mondo ben ordinato, i filosofi avessero il loro posto e i danzatori il proprio. A questo ideale, in fin dei conti modesto, ci si avvicinerebbe abbastanza spesso se gli uomini vi applicassero una parte di quell’energia che van dissipando in opere stupide e feroci.” Parole che ogni uomo potrebbe pronunciare, pensare, scrivere, sussurrare; un mondo, ideale forse, vagheggiato da ogni essere dotato di un minimo di fantasia ed umanità… Immaginare un luogo così descritto può solo spingere le menti ad organizzare e finalizzare le proprie azioni alla sua più completa effettuazione. Ma è sempre presente, quasi fosse un virus che rimane tranquillamente ancorato nello spirito, ad avvelenarlo lentamente, la volontà di sopraffazione, quell’egoismo, quel superomismo, che come carburante alimenta, permette che tale situazione non si verifichi, che sarà sempre presente, in ogni società, lo schiavo ed il padrone, pur mutando la denominazione di entrambi). Incredibile come sin dalla prima pagina il protagonista abbandoni il suo titolo, affermi quasi inconsciamente come sia ‘’difficile rimanere imperatore in presenza di un medico; difficile anche conservare la propria essenza umana: l’occhio del medico non vede in me che un aggregato di umori, povero amalgama di linfa e di sangue’’. Ed ecco come in una semplice frase la distanza venga immediatamente annullata; è essere umano come tutti gli altri, davanti alla vita come davanti alla morte. Continua il suo discorso toccando vari temi come la morte, il cibo, l’amore, il sonno, i libri, i quali, pur non donando una realtà assoluta, costituiscono uno dei principali mezzi per valutare l’esistenza umana: ‘’I poeti ci trasportano in un mondo più vasto o più bello, più ardente o più dolce di quello che ci è dato; per ciò, appunto, diverso, e, in pratica, inabitabile’’, accennando a poeti quali Lucano e Petronio, i quali nelle loro opere rendono la vita, il primo appesantita di una dignità che non possiede, il secondo alleggerita come una palla vuota lanciata in un universo senza peso. Passando impercettibilmente da un argomento all’altro inizia a parlare del destino dell’uomo, tema che riapparirà anche nei capitoli successivi (il romanzo è suddiviso infatti in sei capitoli, i quali hanno ognuno un titolo in latino) e che forse rappresenta il punto di contatto più tangibile con il fine umano. Si accorge di come la sua vita gli appaia banale sino a non dedicarle neppure un pensiero e di come non sia per nulla più importante di una qualsiasi altra persona; il destino dell’uomo è ciò che accomuna ogni singolo umano, ogni singola entità. È l’unico segreto al quale approderanno tutti, l’unica verità certa ed incontestabile, il velo oscuro ed indistinto che alla fine verrà discostato davanti agli occhi curiosi di ogni essenza, il solo quesito che in vita non dà alcuna risposta a nessuno, ma che una volta giunto quel momento, l’ora di abbandonare, soddisfatti o no, un’esistenza, semplice o ricca d’insidie, vissuta pienamente o costellata di sconfitte, dall’intellettuale o scienziato al lavoratore di terra che ogni giorno tiene tra le mani il miracolo rigoglioso della natura, quel momento estremo sarà l’unificazione completa del tutto; l’esperienza alla quale approderanno, la verità inconoscibile, quella che contribuisce all’angoscia costante dell’uomo, sarà l’unica risposta offerta a tutti, indistintamente, che rimedierà alle infinite divisioni create nel mondo. L’uomo sarà per la prima volta uguale ad un altro solo per la coscienza assoluta di ciò che verrà, di un’Isola Felice come del vuoto atemporale e senza luogo. Mentre Adriano prosegue senza sosta con pensieri di elevato spessore filosofico, parallelamente, racconta a Vero, il Verissimo come amava scherzare l’imperatore, lentamente le vicissitudini, i cambiamenti della sua vita. La morte di Traiano, la sua adozione, la conoscenza con vari personaggi che saranno più o meno importanti e necessari per la sua esistenza, le lotte aperte o nascoste con i suoi nemici, i negoziati di pace, il ristabilire le ribellioni ed equilibrare i rapporti, le situazioni degli schiavi, delle donne, il traguardo della pace: ‘’ormai mancava il tempo per interessarmi a me stesso, come del resto per disinteressarmene’’. Singolare ed incantevole la minuzia attenta e precisa dei personaggi; con pochi aggettivi o comportamenti, l’imperatore riesce a far comprendere l’essenza di una persona, la quale è vista sempre dietro la lente del personaggio, il quale la descrive come l’ha vissuta e, quindi, anche indirettamente o parzialmente. Ed al lettore non è dato sapere di più, conosce tale personaggio per riflessione, visione di un’immagine anche incrinata od offuscata; che può aver mostrato all’imperatore un determinato aspetto della sua personalità e non un altro, che può avergli mentito, od ancora che Adriano possa aver taciuto volontariamente o no un qualcosa, che, essendo ricordi di anni ormai lontani di un uomo malato e sofferente, possa aver tralasciato un lato importante. Per sentirsi parte della lettura sino in fondo bisogna in ogni momento essere coscienti di ogni piccola finezza, ogni sfumatura più ombreggiata, creata con l’utilizzo sempre diverso di vocaboli che calzano perfettamente alla situazione. Lo stile argomentativo e solenne, che prende a prestito dai classici latini per ricostruire il tono del discorso di Adriano, testimonia l’acquisizione di una nuova padronanza stilistica rispetto a quella utilizzata in altre opere; tuttavia l’argomentazione si spezza, il discorso sembra a tratti tremare e contraddirsi. Frequenti sono i procedimenti stilistici che consentono all’autrice di inserire questi vuoti nella riflessione pacata dell’imperatore: l’asindeto, l’ellissi e le raccourci (un evento storico importante come la guerra contro i Sarmati è raccontato con una brevissima frase “durò undici mesi e fu atroce”); il discorso trema in una serie di tentennamenti introdotti da strutture oppositive: “ma”, “tuttavia”, etc. Senza queste lacune e senza queste contraddizioni Adriano sarebbe sicuramente meno umano. In fondo, il percorso umano dell’imperatore è un itinerario verso la progressiva accettazione dei propri limiti e dei limiti della civiltà che incarna, fragile e sottomessa all’usura come fragile e logoro è il corpo dell’imperatore al momento in cui si accinge a scrivere la sua lunga lettera a Marco Aurelio. Due i personaggi a cui il mittente s’interessa maggiormente di delineare: Plotina, moglie dell’imperatore Traiano, ed Antinoo, giovane bitino. La prima, donna di estrema delicatezza e sensibilità, generosa e grande amica; lei e l’imperatore: due anime intimamente fuse l’una con l’altra, amanti dei medesimi libri ed autori. Sino alla morte di lei il loro rimarrà per sempre il medesimo rapporto intenso ed unico. Il secondo, amante dell’imperatore, costituirà la passione più intensa per quest’uomo che aveva ormai raggiunto stabilità e tranquillità interiore. Accompagnatore instancabile nei diversi viaggi di Adriano e motivo dell’immensa ed in quantificabile serenità di entrambi, Antinoo muore a quasi vent’anni, affogato nel fiume Nilo. Attualmente ancora non è stata scoperta la causa, ma sono diverse le ipotesi (dal suicidio all’omicidio della moglie dell’imperatore, Sabina); per Adriano e la Yourcenar comunque la causa fu un suicidio rituale (importante sottolineare l’opinione di entrambi distintamente, dato che neppure il primo ha conosciuto mai la verità…o che forse…non decide di rivelare nella sua lettera. Ormai Adriano diventa completamente un personaggio distinto dalla sua ‘creatrice’; ormai è svincolato da ogni legame e neppure il lettore sa se affidarsi alle sue parole o se credere in un qualcosa che va oltre). Momento difficile, di enorme crisi, per un uomo solo a cui tutto sembra crollare su quelle spalle così piccole e fragili per sopportare un tale dolore, tutto sembra spegnersi. Dalle parole di Adriano traspare la sua infinita sofferenza, presente non solo al momento della morte, ma anche nel momento in cui scrive: appare davvero strano non scorgere delle lacrime su quella carta antica, forse bisogna porre una maggiore attenzione…Non si dedicherà mai al suo compito con la stesso ardore ed interesse come in quell’epoca. Tutto per cercare di dimenticare, rinnegare, smettere di provare quella sensazione estremamente spiacevole di qualcosa d’incandescente che dilania la carne ed arriva sino al cuore; ma tutto torna sempre: il suo viso, il suo corpo, la sua presenza (“Non sapevo che il dolore si ripiega in labirinti strani, dove non avevo ancora finito di addentrarmi”); il giovinetto di Claudiopoli scende nella tomba come un Faraone, come un Tolomeo; di lui vengono eretti templi, sculture, incisioni su monete, viene costruita una città, donato il suo nome a quello di una costellazione, diviene un vero e proprio dio: “il culto di Antinoo sembrava la più folle delle mie iniziative, lo straripare d’un dolore che non riguardava che me”. Presente come un fantasma accanto alla sua esistenza, un legame che sembra non volersi sciogliere neppure con la morte, la”vita” dell’imperatore continua, aspettando il suo decadimento immutabile ed eterno. Succedono altre situazioni: la coscienza della propria malattia ed il desiderio del suicidio. Lentamente, non senza difficoltà, arriva alla sua completa accettazione, alla coscienza delle preoccupazioni che stava arrecando alle persone a lui care ed al desistere di quella decisione pur così ancora viva in lui. Ma sorge un nuovo pensiero, sembra che neppure al termine della sua esistenza gli sia concesso di pensare a sé: la scelta dell’erede. L’imperatore, sincero nei suoi propositi e nelle sue idee, teme per il destino di Roma; medita, esita, muta preferenza, riempie la sua mente di scrupoli ed indecisioni per poi alla fine, optare per Antonino, detto il pio. La sua opera non termina qui; adotta Marc’Aurelio che dovrà governare per la generazione successiva (“Lo spazio di una generazione mi sembrava poca cosa, quando si tratta d’assicurare la sicurezza al mondo; tenevo, se possibile, ad estendere oltre nel tempo la prudente discendenza adottiva, a preparare all’impero un ulteriore cambio della guardia lungo la strada del tempo”). Dopo aver disposto il futuro in questo modo, può pensare tranquillamente e senza rimpianti ai suoi ultimi momenti ed al fantasma che non lo ha mai abbandonato. Fino all’ultimo istante Adriano sarà stato amato d’amore umano…Chiusura netta, decisa, allo stesso tempo, dolce, sensibile, capace di rendere l’animo malinconico e pensieroso. La storia di Adriano è esemplare per il grado di coscienza nella costruzione di una vita rigorosamente strutturata, lucida, eppur aperta al nuovo e all’imprevisto. Contrariamente ai personaggi giovanili dell’autrice, incerti su se stessi e sugli altri, Adriano ha raggiunto il pieno controllo di sé e del mondo. La volontà e l’intelligenza sono gli strumenti con i quali egli gioca abilmente lungo l’ardua cerniera in cui la scelta personale si articola al destino, non solo nel momento del trionfo e della pienezza dell’esistere, ma anche di fronte al difficile passo della malattia e della morte. Con l’esortazione alla sua anima affinché sia vigile e forte, Adriano si congeda dal lettore nel momento in cui si appresta a varcare le soglie dell’al di là. L’imperatore non va oltre, non solleva la pesante tenda nera che chiude l’ orizzonte degli uomini. Il riferimento all’epoca in cui Marguerite Yourcenar scrive è evidente: l’Europa e, più in generale, il mondo sono reduci di una guerra distruttiva che si è conclusa con l’evento apocalittico delle bombe su Hiroshima e Nagasaki; niente sarà più come prima, perché il fantasma della fine di tutto, in particolare in caso di conflitti, plana sull’umanità. E tuttavia la scrittrice crede, come gli uomini del suo tempo, nella possibilità di una rinascita, di una pace duratura. La storia di Adriano, l’imperatore che ha pacificato l’impero, le sembra un modello di riferimento credibile. (Questo afferma infatti nei suoi Taccuini di appunti: “L’esser vissuta il un mondo in disfacimento mi aveva fatto capire l’importanza del Princeps” ed anche “Il II secolo m’interessa perché fu, per un periodo molto lungo, quello degli ultimi uomini liberi; per quel che ci riguarda, siamo già molto lontano da quel tempo”) . “Chi è Ecuba per lui? Si chiede Amleto davanti al guitto che piange su Ecuba. Ed ecco, Amleto costretto a riconoscere che quel commediante che versa lacrime vere è riuscito a stabilire con quella donna morta da tre millenni un contatto più profondo del suo con il padre.” Sentirsi in una tale comunione, connessione con personaggi del passato, anche tramite il sostegno di opere di tale stampo umano, è una sensazione unica. Piangere, lasciar cadere quelle piccole gocce simili ad acqua sul viso, pensando, meditando, immaginando un uomo che non è più, crea una corrispondenza indissolubile tra il presente ed il passato, l’attuale ed il remoto.
“La vita è atroce; lo sappiamo. Ma proprio perché aspetto tanto poco dalla condizione umana, i periodi di felicità, i progressi parziali, gli sforzi di ripresa e di continuità mi sembrano altrettanti prodigi che compensano quasi la massa immensa dei mali, degli insuccessi, dell’incuria e dell’errore. Sopravverranno le catastrofi e le rovine; trionferà il caos, ma di tanto in tanto verrà anche l’ordine. La pace s’instaurerà di nuovo tra le guerre; le parole umanità, libertà, giustizia ritroveranno qua e là il senso che noi abbiamo tentato d’infondervi. Non tutti i nostri libri periranno; si restaureranno le nostre statue infrante; altre cupole, altri frontoni sorgeranno dai nostri frontoni, dalle nostre cupole; vi saranno uomini che penseranno, lavoreranno e sentiranno come noi: oso contare su questi continuatori che seguiranno, a intervalli irregolari, lungo i secoli, su questa immortalità intermittente.”
L’imperatore Adriano non ha più timori; accetta le vicissitudini di Roma. È cosciente di non poter assicurare una pace eterna, ma è sicuro, con la stessa intensità, che i momenti di giustizia s’infiltreranno tra momenti di caos; è un profeta; diventa profeta di quel futuro che si distenderà oltre lui, oltre loro, oltre noi. Parole malinconiche, quasi nostalgiche, capaci di stringere le pieghe più profonde del cuore, ed ad un tempo, ricche di aspettative, di speranza…

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